Il Perdono
Il perdono nella prospettiva spirituale dell'Islam non va considerato soltanto come una virtù morale ma come una questione che riguarda direttamente la purificazione del cuore, il rapporto con la nafs e l'adab nei confronti delle creature di Allah.
Nella via spirituale, infatti, il modo in cui reagiamo alle offese può diventare uno specchio molto preciso del nostro stato interiore. Possiamo conoscere molte cose, compiere molte pratiche, parlare di spiritualità e di conoscenza di Allah, ma quando qualcuno ci ferisce, ci contraddice, ci umilia o ci tratta ingiustamente, allora possiamo scoprire quanto il nostro cuore sia realmente libero dal dominio della nafs. Per questo il perdono non è una questione secondaria, è una vera prova spirituale.
Nel sacro Corano Allah dice: «Siano indulgenti e perdonino. Non amate forse che Allah vi perdoni?» (Cor. 24:22)
Questo versetto stabilisce una relazione straordinaria tra due realtà: il nostro perdono verso gli altri e il perdono che chiediamo ad Allah. Noi recitiamo continuamente astaghfiru-Llāh, chiediamo ad Allah di cancellare le nostre mancanze, di coprire i nostri difetti, di non trattarci secondo ciò che meriteremmo, ma il Corano ci pone una domanda: se desideri essere perdonato, sei disposto anche tu a perdonare? È come se Allah ci insegnasse che la misericordia che chiediamo deve progressivamente diventare una qualità del nostro comportamento.
Tra i Nomi divini troviamo al-Ghafūr, il Perdonatore, al-Ghaffār, Colui che perdona continuamente, e al-ʿAfūw, Colui che cancella le colpe. L'uomo non può naturalmente possedere questi attributi nel loro senso assoluto, perché essi appartengono ad Allah ma può diventare un luogo nel quale la misericordia si manifesta ed è questo uno degli obiettivi della trasformazione spirituale.
L'Imam al-Ghazālī, parlando delle malattie dell'anima, attribuisce grande importanza al governo della collera. La collera non deve essere necessariamente eliminata, la spiritualità non consiste nel diventare persone incapaci di reagire ma consiste nel non essere schiavi delle proprie reazioni. Possiamo immaginare diversi gradi,
il primo è non cercare vendetta;
il secondo è perdonare;
il terzo, liberarsi progressivamente dal rancore;
il quarto, non desiderare il male dell'altro. C'è un grado ancora più elevato che consiste nel desiderare che anche colui che ci ha fatto del male possa ritrovare il bene. A quel punto non siamo più semplicemente nell'ambito dell'afuw, del perdono, siamo entrati nel dominio della raḥma, della misericordia.
Allah descrive così le persone che ama: «Coloro che spendono nella prosperità e nell'avversità, che reprimono la collera e perdonano gli uomini. Allah ama coloro che fanno il bene.»(Cor 3:134). Il percorso non termina con il semplice controllo di sé, non basta dire:«Non mi vendicherò.»La via ci conduce più avanti:«Ti perdono.» E ancora più avanti: «Non voglio che il male che mi hai fatto produca altro male attraverso di me.» Questa è una trasformazione profonda.
Possiamo anche introdurre il concetto di adab. L'adab non è soltanto buona educazione, è il comportamento appropriato davanti ad Allah, davanti al Profeta ﷺ, davanti ai maestri, davanti ai fratelli e davanti alle creature. E proprio nelle situazioni difficili si vede il nostro adab. È relativamente facile avere un buon comportamento quando tutti ci trattano bene, la vera prova arriva quando qualcuno ci tratta male. Come reagiamo? Possiamo rispondere con la stessa durezza, possiamo umiliare chi ci ha umiliato, possiamo parlare contro chi ha parlato contro di noi, oppure possiamo cercare di conservare l'adab. Questo non significa accettare l'ingiustizia, significa non permettere all'ingiustizia dell'altro di determinare il nostro comportamento davanti ad Allah. Questa è una distinzione fondamentale. Perdonare non significa abolire la giustizia. Il Corano dice: «La ricompensa di una cattiva azione è una cattiva azione equivalente; ma chi perdona e si riconcilia, la sua ricompensa spetta ad Allah.» (Cor. 42:40). L'Islam non ci chiede di chiamare bene ciò che è male, non ci chiede di essere complici dell'ingiustizia, non ci chiede di permettere a qualcuno di continuare a danneggiare noi o altri, possiamo perdonare e allo stesso tempo mettere dei limiti, possiamo perdonare e mantenere una distanza, possiamo perdonare e non concedere nuovamente la nostra fiducia. Il perdono riguarda soprattutto il cuore, la prudenza riguarda l'intelligenza, la giustizia riguarda l'ordine delle relazioni. Non devono essere confusi.
L'Imam Al-Junayd al-Baghdadi tratta il tema del perdono e della remissione su diversi livelli spirituali, distinguendo tra il perdonare il prossimo e la richiesta di perdono a Dio attraverso il pentimento (tawba):
1. Il perdono verso il prossimo come apice della nobiltà d'animo (Al-Futuwwa):
Quando fu interrogato sull'essenza della cavalleria spirituale e della nobiltà d'animo (al-futuwwa), l'Imam Al-Junayd rispose:
«La cavalleria spirituale è il perdono (al-'afuw)», deducendolo dalle parole di Dio nel Corano «Perdonino e passino sopra [ai torti]. Non desiderate forse che Dio perdoni voi?»
Definiva inoltre la nobiltà di comportamento (al-muru'ah) come:
«La capacità di sopportare e tollerare gli errori dei fratelli".
Insegnava altresì che la rettitudine morale consiste nel trattenere ogni danno verso gli altri e diffondere generosità e benevolenza.
2. Le condizioni per ottenere il perdono divino (At-Tawba)
Riguardo al modo in cui il servo cerca il perdono di Dio e compie un sincero ritorno a Lui, Al-Junayd ha stabilito tre pilastri fondamentali:
Il rimorso (an-nadam): provare profondo rammarico nel cuore per l'errore commesso.
La ferma risoluzione (al-'azm): decidere con determinazione di non tornare a ciò che Dio ha proibito.
La riparazione dei torti (ada' al-madhalim): adoperarsi per restituire i diritti e sanare i torti arrecati alle altre creature.
Ha anche indicato come si giunge a Dio attraverso «Un pentimento che spezzi l'ostinazione nel peccato, un timore che rimuova l'illusione di sicurezza, una speranza che spinga alle opere buone e la costante consapevolezza di Dio nei pensieri intimi».
3. La realtà profonda del perdono per i realizzati spirituali
Interrogato su cosa significhi il pentimento e la completa purificazione spirituale, Al-Junayd diede una celebre massima
«È dimenticare il tuo peccato (an tansa dhanbak)».
Spiegò questa visione affermando:
«Se mi trovavo in uno stato di allontanamento e freddezza (jafa'), e Dio mi ha trasferito a uno stato di vicinanza e fedeltà (wafa'), ricordare la freddezza passata mentre ci si trova nella purezza della Sua presenza è esso stesso un segno di allontanamento».
I maestri hanno chiarito che questa prospettiva riflette lo stato di chi è totalmente assorbito dalla grandezza di Dio e dalla Sua grazia, al punto che il cuore, una volta perdonato e riconciliato, non guarda più al passato errore ma rimane costantemente immerso nel ricordo del Creatore.
Nella Tariqa Madaniyya, questo lavoro interiore è inseparabile dall'osservanza della Legge sacra, dal ricordo di Allah (dhikr) e dall'educazione del carattere. La Via Madaniyya pone infatti al centro il compimento degli obblighi religiosi, l'abbellimento delle qualità morali e la ricerca della conoscenza di Allah.
Un insegnamento dello Shaykh Mohammad al Madani, invita a ricongiungersi con chi interrompe i rapporti. È un principio che richiama la generosità spirituale: non rispondere alla rottura con altra rottura, ma cercare, quando è possibile e giusto, di ristabilire il legame.
Nella tradizione della Madaniyya il rapporto tra i fratelli e il mantenimento dell'amore costituiscono un aspetto essenziale dell'educazione spirituale. La via non è soltanto un rapporto individuale tra il discepolo e il proprio cammino, è anche educazione alla fratellanza, alla buona opinione, alla pazienza e alla misericordia. E questo è perfettamente conforme all'insegnamento coranico: «I credenti non sono altro che fratelli. Riconciliate dunque i vostri fratelli e temete Allah, affinché vi sia misericordia.» (Cor. 49:10). La fratellanza non significa che i fratelli non si offenderanno mai. Significa che, quando nasce una frattura, bisogna cercare di non trasformarla in una separazione definitiva.
C'è poi un aspetto particolarmente importante. Quando conserviamo rancore verso qualcuno, spesso pensiamo di punire l'altra persona, in realtà possiamo essere noi stessi a rimanere prigionieri. La persona che ci ha ferito può non essere più presente ma noi continuiamo a parlare con lei dentro di noi, ricostruiamo ciò che avrebbe dovuto dire, pensiamo a ciò che avremmo dovuto rispondere, e così quella persona continua ad occupare spazio nel nostro cuore. Il perdono è una liberazione, non significa necessariamente dimenticare, significa: «Non permetterò più a questa esperienza di governare il mio cuore.» Questa è una forma di distacco interiore.
Ciò che ci ferisce può diventare, se accolto correttamente, un'apertura verso una conoscenza più profonda. Una ferita può mostrarci ciò che non conoscevamo di noi stessi. Possiamo allora chiederci, perché questa parola mi ha ferito tanto? Quale attaccamento ha toccato? Quale immagine di me sto difendendo? Quanto del mio dolore appartiene realmente all'evento e quanto appartiene al mio ego? Queste domande trasformano l'offesa in un'occasione di conoscenza della nafs. E allora ciò che inizialmente sembrava soltanto una disgrazia può diventare un'occasione di educazione spirituale.
Naturalmente, il modello più alto rimane il nostro amato Profeta Muhammad ﷺ. La sua vita mostra che il perdono acquista una particolare nobiltà quando la vendetta è possibile. Alla conquista della Mecca, coloro che avevano perseguitato lui e i suoi Compagni si trovarono davanti a colui che ormai aveva il potere su di loro. La situazione si era completamente rovesciata ma la risposta fu caratterizzata dalla clemenza. Questo ci insegna che il perdono non è debolezza, il perdono può essere una vittoria sul proprio ego. La persona forte non è necessariamente quella che riesce a colpire più duramente, può essere quella che, avendo la possibilità di vendicarsi, sceglie ciò che è più vicino alla rettitudine e alla misericordia e la misericordia è uno dei segni più belli della purificazione del cuore.
Tornando ancora una volta alle parole del Corano:«Non amate forse che Allah vi perdoni?»(Cor. 24:22)Questa domanda può accompagnarci ogni volta che qualcuno ci ferisce. Quando siamo tentati dal rancore possiamo ricordare, anch'io chiedo perdono ad Allah, quando siamo tentati dalla vendetta, anch'io dipendo dalla Misericordia divina, quando pensiamo di essere superiori all'altro, anch'io ho bisogno che Allah copra le mie mancanze, allora il perdono diventa una forma di ʿubūdiyya, di servitù verso Allah. Non perdoniamo soltanto perché l'altro lo merita, a volte, forse, non lo merita affatto, perdoniamo perché Allah ama il perdono, perché desideriamo la Sua misericordia e perché non vogliamo che il male ricevuto trasformi il nostro cuore. Il vero obiettivo non è quindi semplicemente arrivare a dire:«Io ti perdono.» Il vero obiettivo è arrivare a un cuore nel quale il rancore non trova più dimora, un cuore che può ricordare ciò che è accaduto senza esserne prigioniero, un cuore che sa essere fermo senza essere duro, che sa essere prudente senza essere sospettoso, che sa difendere la giustizia senza nutrire odio, e che, soprattutto, cerca di rispondere al male senza diventare a sua volta strumento del male. In questo senso il perdono diventa una delle forme più profonde dell'adab, perché ci insegna a non reagire semplicemente secondo ciò che ci viene fatto, ma secondo ciò che Allah desidera da noi. E forse questo è il segno più bello della purificazione, quando il comportamento dell'altro non determina più il nostro comportamento davanti ad Allah.
Che Allah purifichi i nostri cuori dal rancore, ci conceda il buon adab, rafforzi l'amore e la fratellanza tra i credenti e ci renda degni della Sua infinita Misericordia.
Wa-Llāhu aʿlam.
Wa-ṣallā Allāhu ʿalā Sayyidinā Muḥammadin wa ʿalā ālihi wa ṣaḥbihi ajmaʿīn.
salam alaykum.
Zaouia Madaniyya


